venerdì 15 giugno 2012

La morte di Ray Bradbury

POSTATO dal prof d’italiano:
Un po’ in ritardo pubblico questo articolo, apparso su la Repubblica il 7 giugno 2012. Chissà, magari a qualcuno viene voglia di leggere i suoi libri, che sono molto diversi da quello, del tutto particolare, che vi avevo consigliato per le vacanze dell’anno scorso e che si intitola “L’estate incantata” [Tra parentesi, magari ora che il suo autore non c’è più, qualcuno avrà voglia di ristamparlo!]


Ray BRADBURY
Il maestro di "Fahrenheit 451" che fece della fantascienza un’arte
Di Siegmund Ginzberg
Ray Bradbury ha scritto ininterrottamente per 71 dei suoi 91 anni di vita. Almeno una storia alla settimana da quando aveva iniziato, dice il suo biografo Sam Weller. Il che farebbero oltre 3600 opere. Lavorava come al cottimo, si era imposto una quota fissa di tot righe al giorno. Poteva fare il giornalista. Gli piaceva definirsi uno "sprinter", piuttosto che un "maratoneta" della scrittura. Era autodidatta, suo padre, un operaio elettrico disoccupato durante la Grande depressione, non poteva permettersi di mandarlo al college. Eppure è considerato uno degli autori di fantascienza (lui preferiva definirsi scrittore di fantasy) più "letterari" d'America. Qualcuno l'avrebbe definito "il poeta del pulp".
È morto ieri, in California e anche Obama ha voluto ricordarlo: «Ha capito che la nostra immaginazione può essere usata come strumento per una migliore comprensione e come mezzo per cambiare le cose».
Scriveva del mondo, anzi dell'universo, anticipava futuri lontani trasportandovi i temi della "small-town" dell'America della sua infanzia. L'ultimo scritto, pubblicato sul numero speciale del New Yorker dedicato al ritorno della fantascienza è anch'esso autobiografico. Racconta di come aveva iniziato a divorare libri e racconti a otto anni, dei discorsi che origliava agli adulti, della scoperta del mondo con i nonni. Era un'America in crisi, ma anche con grandi aspettative per il futuro. Alla depressione sarebbe seguito il New Deal di Roosevelt. Poi aveva continuato a rinchiudersi nella biblioteca locale tre giorni alla settimana, per i successivi dieci anni.
Trasferitosi con la famiglia a Los Angeles nel 1934 aveva scoperto il cinema, andava a vedere anche una decina di film a settimana.
Fahrenheit 451, pubblicato nel 1953, è uno dei suoi romanzi più noti anche perché poi François Truffaut nel 1966 ne fece un film. Anticipa gli incubi di un'era dominata dalla televisione, dai megaschermi al plasma e persino di gadget portatili, antenati dei cellulari di oggi. Ha una magia profetica superiore al 1984 di Orwell che in fin dei conti parlava dei totalitarismi del suo tempo, Stalin e Hitler, non di qualcosa ancora lontano a venire. Non si tratta però di essere profeti.
Non c'era, è vero, verso che già allora potesse immaginare il nostro mondo. Ma gli bastava osservare bene il suo. Parla con angoscia di roghi di libri.
Aveva memoria fresca dei libri bruciati dai nazisti, sentiva analoga puzza di bruciato nella sua America degli eccessi maccartisti. L'aveva scritto tra gli scaffali di una biblioteca di Los Angeles, su macchine da scrivere a gettone, una monetina da dieci centesimi per ogni mezz'ora d'uso. L'altro suo grande successo, Cronache marziane,è una raccolta di storie ambientate sul pianeta rosso. Ma i comportamenti di suoi marziani richiamano quelli dell'America profonda dove viveva. Il suo Marte è uno specchio della Terra. Sullo sfondo c'è la gara all'armamento nucleare, ma anche la vita di tutti i giorni. Nell'ultima delle storie i colonizzatori umani di Marte, assistono impotenti alla guerra nucleare che distrugge il loro pianeta d'origine e si apprestano a ricostruire su Marte, spopolato da un'epidemia di morbillo che ha sterminato i marziani, una società più giusta. L'ironia sulla pretesa di ricostruire sul deserto, sia pure il più "giusto" dei sistemi, e sulle origini genocide della sua stessa amata America costruita sulle ossa degli pellerossa è lampante.
Curioso per uno che in realtà non aveva mai gradito molto dover viaggiare. Non mise mai piede su un aeroplano fino all'età di 62 anni. Non ha mai avuto la patente di guida. Non si lasciava incantare dai progressi della tecnologia e dei consumi. Resta famosa una sua sfuriata contro internet a metà anni '90: «Internet è solo una grande distrazione».
Quando Yahoo glie lo chiese, rifiutò di pubblicare in rete: «Andate al diavolo voi e il vostro internet! Distrae a basta!».
In uno dei suoi racconti c'è anche una geremiade quasi biblica contro i videogiochi. Eppure dai suoi scritti sono stati tratti non solo libri, film, opere teatrali, serie televisive, sceneggiature (è sua anche quella del Moby Dick di Houston), ma anche un parco divertimenti e videogiochi. Scrisse non solo fantascienza ma anche racconti polizieschi, di fantasy, di horror (c'è chi dice che senza di lui non ci sarebbe stato Stephen King), e anche di cosiddetta "atmosfera", persino una storia d'amore. Non era uno "scienziato" come Asimov, e neppure un "apocalittico" come Dick. Vedeva il mondo, s'è detto, sempre con gli occhi di un bambino, il bambino cresciuto in Illinois, con le sue speranze ma anche le sue paure infantili.
Anche il primo della raccolta che viene considerata dai suoi fan come la più riuscita, Dandelion Wine (1957), intitolato La notte, inizia con: «Sei un bambino, in una piccola città...». Ma ormai sappiamo che gli occhi dei bambini vedono anche cose che gli adulti non riescono a percepire. Memorabile il modo in cui una volta apostrofò un bambino che esitava ad entrare in un negozio di giocattoli: «Crescere? Ma cosa significa? Te lo dico io: non significa nulla». Chi ha visitato la sua casa a Los Angeles ricorda un immenso cumulo di peluches, animali impagliati, giocattoli di legno, Dvd, videocassette e libri. «Il mio scopo è divertirmi e divertire gli altri», ha continuato a dire sino all'ultimo. «Grazie, ci hai divertito aprendoci gli occhi», vorremmo rispondergli.

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