mercoledì 25 luglio 2012

Iceberg

POSTATO dal prof d’italiano:

A chi è interessato alle calotte polari, questo articolo di la Repubblica del 23 luglio 2012.

Groenlandia
Sulla montagna dove nascono gli iceberg

Di Dario Olivero
TASIILAQ (Groenlandia) - "Lo vedi quel promontorio laggiù? Qualche mese fa un iceberg si è spezzato, si è ribaltato e ha travolto un umiak, un kayak che trasporta le famiglie. Sono morti padre, madre, due figli. Si è salvato solo il terzo bambino". Julius ha trentatrè anni, è un meticcio, mezzo danese per parte di occhi e mento, mezzo inuit per parte di barba rada e capelli neri e sottili. Ha quasi fermato il motore della barca per raccontare la tragedia avvenuta poco al largo di Ikateq. Marinaio nei corti mesi estivi, cacciatore di foche tutto l'anno, Julius sa bene, come tutti gli ammassilimiut, gli inuit della costa orientale della Groenlandia, cosa vuol dire convivere con gli iceberg.
Ikateq è un villaggio fantasma sul Sermilik, uno dei fiordi principali che tagliano il sessantaseiesimo parallelo. Gli inuit lo usano come base per la caccia, ora non c'è nessuno: case di legno costruite su basi di cemento, pali, corde e resti di bambole, carriole, trattori, pneumatici, qualche scarpa e tutto quello che gli inuit, in omaggio alla loro mai redenta natura nomade, abbandonano quando non serve più.
Anche la chiesa, la prima edificata in Groenlandia per portare la buona novella a un popolo che forse già la conosceva visto che ancora oggi vanta una percentuale di delitti e criminalità praticamente irrilevante, sembra appena stata abbandonata a metà di una funzione e se non fosse per la croce sul tetto, non si distinguerebbe dalle altre case. Quello che si vede dal villaggio è quello che vede Julius tutti i giorni: un braccio di mare completamente attraversato dagli iceberg. In questo periodo il ghiaccio ha bloccato entrambi gli ingressi del vicino Johan Petersen Fjord, via che porta dritta alla calotta polare.
La fabbrica che alimenta di ghiaccio il mare è composta di tre ghiacciai che gettano come eterni mulini di Amleto, parti di se stessi in mare. I due più grandi hanno il nome delle saghe dell'Edda: Midgar, come il mondo dell'uomo e Helheim, come il mondo degli inferi. Il rumore dei blocchi che si staccano è quello del tuono, il rumore delle guerre dei giganti del nord dai quali hanno origine tutte le cosmogonie vichinghe.
Giganti come l'ultimo nato, l'iceberg staccatosi dal ghiacciaio Petermann il 19 luglio: 120 chilometri quadrati ora in viaggio verso l'oceano. Il Petermann è dall'altra parte della Groenlandia, sul lato canadese ed è tra i più attivi. Due anni fa da lì si staccò un'altra città galleggiante di 250 chilometri quadrati.
Città fantasma che navigano verso sud, indifferenti alle rotte umane, come quella che sta tenendo la barca di Julius che sfreccia accanto ai blocchi bianchi che la luce della sera infinita tra poche ore trasformerà in castelli con torri di guardia, piramidi ribaltate dall'ira di dei scomparsi, anfiteatri vuoti dopo una tragedia, urobori, elmi di giganti abbattuti, leoni che vegliano tombe, orsi che si tengono per mano o qualsiasi altra fantasia che la nostra ombra mentale getterà nel fuoco del sole che ancora per almeno un mese non riuscirà a tramontare.
Il rispetto della distanza, il rispetto per i giganti che dormono sull'acqua accomuna tutti gli inuit che in questi giorni accompagnano una cosa che non è una vacanza, anche se Rocco Ravà di Spazi d'avventura questo organizza per vivere, né una spedizione né niente di visto prima.
Forse è come dice Tobias, cinquant'anni, nomade fino a venticinque, il più rispettato cacciatore di Tasiilaq, la capitale (1.600 abitanti) della costa orientale, scegliendo le parole che più si avvicinano al nostro modo di pensare: "Sense of nature", senso della natura. Quella facoltà che a volte gli fa bloccare la barca in mezzo al Sermilik o all'Angmagssalik e gli fa dire prima che tutto accada: "Balena".E la balena poco dopo, come richiamata da un'intesa segreta con il cacciatore, esce dall'acqua. Sense of nature.
La caccia, soprattutto nei brevi mesi estivi di luce continua, è la prima preoccupazione di un inuit. Il ghiaccio che può bloccare la navigazione e mandare in fumo le scorte per l'inverno la seconda, uguale e contraria. E' così a Kulusuk, il paese (300 abitanti) più a sud dove c'è l'aeroporto e dove un branco di narvali, le balene-unicorno, è appena rimasto imprigionato dando vita a una mattanza che sarà ricordata per tutto l'anno. A Tinitequilaq (200), con i cani da slitta di Paulus che procura il salmone per i pochi viaggiatori stremati ospiti nella casa comune dove è possibile farsi una doccia e fare un bucato, legati alle catene a ingrassare e risparmiare l'energia necessaria per il lavoro che li attende tra pochi mesi.
A Sermiligaq, con le pelli di foca appese fuori dalle case a essiccare nel fiordo che porta a uno dei più grandi spettacoli del mondo, il Knud Rasmussen Gletcher, il ghiacciaio che si abbatte in mare con un fronte di tre chilometri e che segna il confine tra dove l'uomo può e non può andare. Fin qui un secolo fa arrivò Rasmussen, il primo grande esploratore, mezzo inuit e mezzo danese proprio come Julius. A chiudere il cerchio artico, a cercare quello che mancava per collegare il mare dell'est con l'ultima Thule dell'ovest. Qui, dove il rumore del tuono è quasi continuo, le onde che alzano i blocchi caduti fanno ballare le barche degli inuit e la fabbrica degli iceberg non si ferma mai.




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